Ultima dopo l’Epifania

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Propongo due osservazioni su questa parabola così chiara e bella che è tanto difficile da commentare.

1) La virtù dell’umiltà non è priva di una certa ambiguità. Qualcuno infatti potrebbe dire che l’umiltà è la virtù dei depressi, delle persone che non sanno volersi bene o che non riconoscono il loro valore. In questo senso l’umiltà potrebbe essere confusa con la svalutazione di sé o con la sottomissione. Di più, potrebbe nascere anche un certo fastidio per un Dio che chiede di essere pregato in umiltà. Perché dovremmo dire: “Signore abbi pietà”?
Questa immagine di un Dio che ti chiede di chinare il capo non è sempre compatibile con il Dio cristiano. Non può esserci un Gesù che muore per noi, che si fa “pane” per noi, che ci insegna a essere “amici e non schiavi”, e poi d’altra parte, un Dio che ha piacere a vederci umiliati e chini. Dobbiamo dunque imparare a distinguere l’umiltà cristiana dalla svalutazione di sé, dalla sfiducia nell’uomo.
Da dove nasce allora la virtù cristiana dell’umiltà? Io penso: da un desiderio, dalla grandezza di ciò che si desidera. Mi diceva un ragazzo: “voglio così bene a questa persona che mi dispiace di non riuscire mai a dimostrarglielo a dovere!” E’ la grandezza di un desiderio che genera il senso di una sproporzione: da un lato ciò per il quale sono fatto, la mia aspirazione, dall’altro la realtà che sono. Accade così ad esempio nello studio: chi fa l’università sa bene che imparare è una grande scuola di umiltà; perché non si capisce tutto subito, bisogna avere pazienza, bisogna accettare di non sapere… eppure si compie questo sforzo solo nella misura in cui si è desiderosi di imparare, di colmare una mancanza (ahimè tanto incolmabile). In altre parole, l’umiltà è ciò che nasce dal confronto onesto tra il desiderio e la realtà.
Non si è umili se non si desidera più nulla, se si dice tra sé “ormai son fatto così”, oppure “cosa ci vuoi fare…”. L’umiltà è l’opposto della rassegnazione, della immobilità che caratterizza gli stati di depressione, dove nel proprio male ci si sente benissimo. Non l’umiltà che ci avvicina agli altri, perché vediamo nelle debolezze altrui ciò che siamo noi stessi, ma la svalutazione di sé che ricerca nella lamentela e commiserazione una rassicurazione. Non dobbiamo confonderci.

2) Nessuno meglio di Dante ha parlato dell’umiltà e della superbia. Il canto XI del purgatorio tratta questo tema, virtù e vizio particolarmente cari al poeta perché in essi si riconosceva. Come questo Vangelo che parla della preghiera, il canto di Dante inizia con la parafrasi del “Padre nostro”, quasi che la preghiera cristiana per eccellenza sia l’unica strada per uscire dalla nostra superbia. Del resto, anche solo imparando a dire “Padre nostro” dobbiamo riconoscere di essere sempre fratelli. Pregassimo ognuno per sé, diremmo “papà”… Invece, nostro è il Padre. Nel noi che i superbi di Dante devono imparare a dire, si sfiamma e si scioglie l’arroganza dell’io solitario che ognuno è stato per sé solo sulla terra.
Il contrappasso di questi uomini è descritto con una delle immagini più efficaci di tutta la commedia: uomini che portano sulle spalle un grosso masso pesantissimo. Insomma, gli uomini come questo fariseo sono soltanto poveri uomini, appesantiti da loro stessi e dal masso della preoccupazione infinita del loro io e del loro continuo riconoscimento. Dice Dante ironicamente: come andremmo via molto più leggeri e rapidi se nella vita ci sbarazzassimo di questa preoccupazione infinita di noi stessi e della nostra fama e del nostro onore. Come se davvero tutto dipendesse da noi e sempre noi avessimo come fine. Osserva il poeta: ma non ci rendiamo conto che anche con la più grande fama del mondo, anche fossimo gli uomini più acclamati e nobili… non resterà più nulla di noi tra mille anni? Che differenza ci sarà tra mille anni tra noi con il nostro compiacimento e un bambino morto appena nato? E questo –aggiunge Dante– già solo dopo “mille anni” che sono come un battito di ciglia rispetto ai tempi di Dio: “la nomea di voi uomini è color d’erba, che viene e va, e la scolora quello stesso sole che l’ha fatta spuntare dalla terra“. Se sia vero o no, spetta a ciascuno di noi giudicarlo. Ma se non bastasse questo a convincerci, sarebbe sufficiente volersi alleggerire della proprio macigno, la preoccupazione di sé e di ciò che da soli non si può che portare con gran fatica.

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