V domenica di Quaresima

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Mi scuso se in questa omelia faccio riferimento ad alcuni fatti personali, ma penso che il Vangelo si possa capire di più in relazione alla nostra vita.
Ho pensato molto a questo Vangelo per un episodio triste che ho vissuto questa settimana. E forse quello che ho vissuto non l’avrei vissuto allo stesso modo se nella mia mente non ci fosse stata anche questa scena di Vangelo.
Quello che ho vissuto è presto detto: sono stato un po’ testimone della tragica morte improvvisa di un uomo, papà di famiglia, di cinquantanni. Quello che ho vissuto è stato semplicemente portare di corsa la moglie di questo uomo, che parlava poco italiano, all’ospedale San Gerardo e fargli compagnia nel momento in cui i medici le hanno detto che non ce l’aveva fatta. Accompagnare il suo dolore all’ospedale davanti al cade del marito.

Pensavo, duemila anni di distanza, ma una scena che nella sua natura non è diversa: il pianto, la commozione, la rabbia. Anche la domanda che risuona per tre volte nel vangelo: “se fossi stato qui non sarebbe successo”, ovvero la domanda “perché è accaduto” … Ecco, tutto quello che viene descritto è quello che da sempre affianca l’uomo in questi momenti. Certo, tutto tranne il miracolo! Ma uguale forse anche il desiderio di un miracolo.

In quei momenti, si ristabiliscono i pesi di tante cose. Viene meno la preoccupazione per questioni inutili che magari ci occupavano fino a prima, emerge per me ciò che più conta e rimane: la possibilità di chi resta di aiutarci a vicenda come unica cosa che rimane non priva di senso. Tuttavia, –io penso– a condizione che la “gloria di Dio” sia una vittoria sulla morte e non un “nulla”. Dio non si gloria della fragilità umana, del mistero (affascinante e tremendo) di un cadavere. La gloria di Dio –che Gesù dice si manifesterà a condizione della fede– non è la fragilità dell’uomo, ma ciò che supera o resiste al mistero terrificante della fine.
“Credi tu questo?”, “credi che l’amicizia con Cristo sia più grande del nulla che ti sta di fronte”. E’ la frase che mi è rimbalzata nella mente davanti a quel corpo freddo.
Difficile non prendere posizione. Difficile dire soltanto: non so.  Si può fare come Steven Hawking, morto anche lui questa settimana, che ripeteva costantemente: “è solo una favola per chi ha paura del buio”. Si può dire così o su può celebrare la Pasqua, ma è difficile non prendere posizione.

Tornando a casa, in macchina, pensavo anche ad altri periodi della storia: alla peste del 1300, a quella del 1600, alle guerre vissute dai nostri nonni… Ad esempio, ho capito Boccaccio, che durante la peste di Firenze, immagina un gruppo di ragazzi che se ne va in campagna pur di distrarsi dallo spettacolo raccontando novelle. Come è attuale!
Penso che prendere posizione di fronte a questa questione, credere nella “gloria di Dio” o negarla, cambia un poco la vita, almeno i suoi pesi e i suoi valori. Come in questo vangelo dove non tutti credono: forse tutti vedono un miracolo, ma non tutti capiscono la “gloria di Dio”. Al contrario qualcuno vede solo la perdita di seguaci di una religione, la perdita di un proprio tornaconto.
Forse è così: accettare che “chi crede in Cristo anche se muore vivrà” non implica solo la fine del “buio” (come diceva Hawking) ma implica anche di dover rivedere molto del senso di ciò per cui viviamo e di ciò che reputiamo importante o di valore. E questo –diciamolo– può accadere in un moto di fede davanti al sepolcro (come per Marta e Maria che dicono “credo Signore”) ma è più difficile renderlo poi vero ogni giorno.

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