II domenica di Pasqua

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La figura di Tommaso è simpatica a tanti perché è semplice identificarsi con lui. Chi di noi non vorrebbe arrivare a possedere certezze più solide ed evidenze quasi sperimentali sulla fede? Chi di noi non domanda di avere più fede? Inoltre, il nostro contesto ci spinge a farci tante domande simili a quelle di Tommaso: tutto oggi appare complesso, difficile da interpretare, mai definitivo, sempre insicuro… eppure vivere così non è facile! Si finisce per smette di domande e si continua il tam tam della vita nella routine quotidiana, perché se si torna ad fare come Tommaso, dopo una certa età, si finisce in crisi.

C’è un aspetto però del racconto che vorrei evidenziare: Tommaso giunge alla fede –e forse anche alla serenità– non tanto quando realmente verifica e mette il dito nel costato di Gesù. Certo, vede il Signore, ma avrebbe ancora potuto continuare ad avere dubbi come –racconta sempre Giovanni– fanno altri discepoli. Il cuore dell’uomo non arriverà mai alla totale sicurezza di una verità senza un suo atto libero di fiducia. Ci sarà sempre una zona d’ombra, qualcosa che ancora non ci convince del tutto. Tommaso non giunge alla fede mettendo il dito nel costato del Signore (come ci ha abituato a immaginare Caravaggio), ma quando china il capo e viene smascherato nell’ipocrisia della sua pretesa che in realtà nasce dalla sua fragilità di uomo.

Tommaso deve accettare un bagno di umiltà, deve accettare di guardare la sua cocciutaggine. Deve accettare di non essere lui e le sue idee a decidere della realtà. Del resto, anche i discepoli hanno dovuto fare lo stesso nell’incontro precedente. Immaginate: il fallimento di Cristo era stato anche il loro fallimento. Qualcuno aveva tradito, altri erano scappati, poi erano tornati tutti a fare i mestieri di prima… loro che si dicevano pronti a morire per il Signore! Eppure Gesù che mostra i segni della sua morte non gli ricorda il tradimento ma dice per due volte: “pace”. Non c’è rimpianto come ci sarebbe per un amico tradito.

Cosa voglio dire? che fissare quelle ferite avrà sempre a che fare con il fissare la propria povertà umana e che riconoscere il Signore è ciò che ci permette di farlo senza nasconderci. C’è insomma un legame tra il dubbio di Tommaso e il non saper vedere la povertà che siamo. Perché vivere confusi e senza solide verità è anche un buon modo per mascherare o giustificare la strada più semplice da percorrere o la fragilità che non vogliamo vedere.

Ho visto un film che racconta forse la stessa situazione di incertezza e fragilità umana insieme, si intitola: “Perfetti sconosciuti”. Un gruppo storico di amici che si conosce da sempre, durante una cena in occasione di una “eclissi di luna” (il lato oscuro di noi) decide di fare un gioco e di condividere tutti i messaggi e le telefonate che riceve. Alla fine della cena si scopre che sono tutti “perfetti sconosciuti”, come riassume il titolo, e che ognuno aveva nascosto agli altri tradimenti, debolezze e pezzi importanti di vita. Si esce dal film con lo stesso dubbio di Tommaso: davvero non ci sono sicurezze, neanche quelle degli amici? Davvero tutto può crollare e non è possibile fidarsi o conoscere gli altri per davvero? E’ possibile arrivare a una verità oppure sotto si nasconde sempre altro a noi stessi misterioso, come il lato oscuro della luna? Però, oltre tutti i dubbi, alla fine anche il regista ha voluto comunicare una verità: “che siamo frangibili, tutti, chi più e chi meno” dice Rocco, il protagonista ospite della cena, alla fine del film.

Forse questa è la vera chiave di lettura di questi episodi: frangibili sono i discepoli, Tommaso, noi, i protagonisti del film… e forse anche per questo oggi è a tema la Misericordia. Forse per questo proprio ora Gesù dice ai discepoli: “perdonate i peccati”. Perché ora essi sanno che sono stati perdonati loro stessi e che questa nostra strutturare fragilità o incredulità (fate voi) può non essere soltanto nascosta agli altri, come a noi stessi, ma non sarà l’ultima parola. Di questo, passate tutte le paturnie, i dubbi e incertezze sulla vita, possiamo davvero gioire.

 

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