III domenica di Pasqua

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Potrebbe stupire l’improvviso terremoto sentito nel carcere di Paolo. A me stupisce di più che noi oggi siamo qui. Smettiamo di dare per scontato questo gesto. Oggi, per tanti dei nostri vicini di casa o amici, non è necessario questo segno settimanale. E’ sufficiente curare il proprio benessere, come fare una corsa al parco o un giro in bici; magari curare i propri figli o magari andare nei centri commerciali per riempire con qualche acquisto quello strano vuoto che sentiamo.

Per noi, tutti questo non basta. Come dice Filippo nel Vangelo: “Signore, dammi qualcosa che basti”. Come dire: ho bisogno qualcosa che non si consumi, non si logori con il tempo, sia in grado di sfamare il mio desiderio infinito, in grado di sostenermi in qualsiasi circostanza della vita. Non posso pensarmi come un semplice consumatore, destinato io stesso a svanire. Già, perché pare davvero che tutte le cose siano destinate a logorarsi e a consumarsi. Noi, che siamo così alla ricerca del nostro benessere, vediamo il nostro fisico invecchiare e farsi via via sempre più fragile. Si consumano le cose che comperiamo e che buttiamo –o che conserviamo perché ci fa male liberarcene. Diceva già Carter nel ’79:” sappiamo che gli oggetti e il consumo di oggetti non soddisfano il nostro desiderio di senso. Abbiamo imparato che accumulando beni materiali non riusciamo a riempire il vuoto di vite prive di fiducia e di scopo”. Qualche anno prima, anche il grande critico Pasolino scriveva sul Corriere: “la nuova cultura non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”. Ecco perché mi stupisce che oggi noi siamo qui.

Sembra che anche le relazioni o le esperienze siano alla stregua delle cose che si consumano, finalizzate a un proprio edonismo (mentre l’ascolto richiede fatica e pazienza). Facciamo un viaggio, visitiamo un posto, incontriamo un amico… eppure pare che l’esperienza in sé non sia sufficiente, ma cerchiamo di fissare qualcosa, per esempio fotografiamo o postiamo, nell’illusione che così si possa riempire la fragilità di quei momenti. Si ha la sensazione in tanti incontri che “si è lì” ma anche “altrove”, come se il semplice “stare lì” con quella persona non ci basti, ma cui sia un’ansia che chiede a quella esperienza di cercare altrove: di “creare una storia”, di chattare con altri, di “fare”… Insomma, anche le esperienze o le amicizie appaiono come gli oggetti di consumo, sembrano non bastare mai, non colmare del tutto il vuoto che proviamo. L’attivismo dei giorni moderni è spesso come questo rincorrere il vento, per riempire qualcosa di incolmabile.

Dice Filippo: “mostraci il Padre e ci basta!”. Lui promette di bastare alla vita. Il Signore promette di essere tutto ciò che serve per vivere felici. Se siamo qui oggi è perché un poco ci siamo fidati di questa promessa, oppure almeno ne sentiamo il bisogno. Don Luigi Serenthà –prete morto prematuramente– ha insegnato ai seminaristi a recitare questa preghiera. E’ stata per me una di quelle preghiere importanti che mi ha aiutato in molti momenti della mia vita:

Signore Gesù,
Tu sei i miei giorni,
non ho altri che te
nella mia vita.

Quando troverò
un qualcosa
che mi aiuta,
te ne sarò immensamente grato;
però Signore,
quand’anche io fossi solo,
quand’anche non ci fosse nulla
che mi dà una mano,
non ci fosse neanche
un fratello di fede
che mi sostiene,
Tu, o Signore, mi basti,
con Te ricomincio da capo.

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