V domenica di Pasqua

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Il Vangelo di oggi è uno dei pochi testi di preghiera di Gesù. Si dice spesso nel Vangelo che Gesù pregava, ma raramente si dice come pregasse. Oltre al Padrenostro, questa è una delle poche testimonianze. Sinteticamente, mi sembra che questa preghiera dica cosa stia a cuore a Gesù, cosa è per lui importante nella vita, cosa è questo “voler bene” che ha messo in atto nella sua vita. Come ogni intima preghiera contiene ciò che è più importante e vitale.  Quando si prega davvero emerge “a cosa teniamo più di tutto”, cosa “amiamo” e cosa significa per noi “amare”.
Se preghiamo per la nostra carriera, per i nostri esami o per la nostra salute… sono tutte preghiere molte umane (e non in sé sbagliate), ma non è detto che siano la preghiera di Gesù! E se preghiamo “per gli altri”, per le persone alle quali vogliamo bene, cosa chiediamo per loro? Qual’è il loro vero bene?

Mi sembra che la preghiera di Gesù sia attraversata da due pensieri, che rispondo anche un po’ alla domanda: “cosa significa per Gesù amare?” Il primo pensiero, o la prima preoccupazione, è che “i suoi” conoscano Dio e lo conosceranno attraverso la sua “glorificazione”, cioè l’ora che si compie nella sua morte e risurrezione (l’opera della sua testimonianza). Amare è per Gesù imprescindibile dalla speranza che gli altri conoscano il vero Dio, conoscano la verità. Questa verità è la sua relazione con il Padre. Mi colpisce molto questo: “amare è desiderare che l’altro arrivi a conoscere il vero Dio”. In altri termini: non c’è amore senza la conoscenza di una verità (su di sé e su Dio) che deve essere testimoniata.

Sono parole assolutamente fuori moda: “amore è sentirsi bene con l’altro, stare bene assieme…” questo è facile da capire. Eppure, come è fragile ed effimero tutto questo amore-sentimento. Quando uno ha intuito qualcosa della bellezza di un Dio come quello del Vangelo, non avrebbe una notizia più bella o una cosa più grande da dire e da desiderare per chi vuole bene. Sinceramente, solo da qualche anno ho capito il dramma di chi vede i propri figli lontani da Cristo. E’ vero che è una cosa che mette un grande dolore. E’ vero perché il primo desiderio di chi ama cristianamente è di poter condividere la bellezza della scoperta di questo Dio.

Il secondo pensiero che attraversa questa preghiera mi sembra quello di una “espropriazione” di Gesù dei suoi affetti. Gesù dice Padre ricordati che “sono tuoi”, “li hai dati a me” ma sono tuoi. Io dico: pensate per due persone che si separano, magari che rompono il loro matrimonio, o magari che partono per un viaggio, poter ogni sera pregare per l’altro dicendo “Padre ricordati che è un tuo figlio”. Secondo me non c’è amore più grande di questo gesto di chi si espropria, sapendo che l’altro non lo lascia nel nulla, ma lo può affidare. Sapendo che non è lui (non sono io, né nessuno di noi) l’artefice del destino buono dell’altro. Ed è lo stesso gesto che deve fare un genitore con i figli quando deve compiere dei passi indietro. O non fa nessun passo indietro (e fa del male al figlio) oppure va nella disperazione perché sa solamente che non sarà più suo. Eppure ogni affetto che si impossessa dell’altro, che lo trattiene, anche uccide quell’affetto stesso. Non siamo noi i padroni degli altri e questa è un’esperienza assolutamente difficile da vivere. Per me comporterebbe un diventare freddo e cinico perché sarebbe per me insopportabile o quasi impossibile senza la fede.

Io penso che se vogliamo imparare sempre qualcosa su cosa sia “voler bene”, senza diventare cinici e freddi, sempre possiamo ritornare alla preghiera di Gesù.

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