IV domenica dopo Pentecoste

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Il secondo giorno trascorso da Gesù in Gerusalemme, prima della sua Passione, nella redazione di Matteo è caratterizzato da tre parabole: la parabola dei due figli invitata ad andare dal padrone a lavorare la vigna (uno che dice di sì, ma poi non va e l’altro che dice di no ma poi si pente). La seconda parabola è quella dei vignaioli omicidi, dove il padrone lontano manda servi e poi manda il figlio… fino a quando ritorna e dà la vigna a nuovi vignaioli (“la pietra scartata dai costruttori”). In fine, la terza parabola, molto simile, quella odierna. Tutte e tre dunque sono collegate da un unico tema: chiamata e risposta, invito ed espulsione, banchetto gratuito e condanna… in una sintesi paradossale: grazia a caro prezzo.

Mi sembra che la preoccupazione di Gesù –e forse anche delle prime comunità che hanno tramandato queste parabole– sia di far riflettere sul mistero della libertà. Domenica scorsa dicevo che la grandezza di poter dire “per sempre” in un matrimonio è anche quella di poter dire “sono libero” ovvero non sono in balia delle circostanze, delle mie voglie… Quello che scelgo, quello che voglio, hanno un peso e io posso davvero essere responsabile perché sono reso capace di essere libero. Posso sempre accettare o rifiutare e non sono soltanto una pedina, una piccola rotella di un ingranaggio ben più grande di me.

Hannah Arendt, la più grande studiosa dei totalitarismi del XX secolo, diceva che alla base di ogni totalitarismo e ideologia c’è sempre il far sentire gli altri impotente davanti alla storia o al destino. C’è la suggestione che in fondo ci possiamo fare molto poco rispetto alle circostanze. In questo modo, perché divenuto impotente, perché semplice parte di un meccanismo più grande, si diventa in grado di azioni tremende, compiute magari da persone mediocri, perché non si sente più la responsabilità, si è stati privati della libertà. La perdita della responsabilità è il primo passo di ogni ideologia. Accade così anche oggi ogni volta che diciamo a noi stessi, “cosa ci posso fare?”, come se il nostro piccolo anche solo riflettere e pensare fossero inutili, come se non fossimo noi, come se il nostro “vestito” –direbbe il vangelo di oggi– non facesse la differenza, almeno per noi stessi.

Siamo abituati a pensare ai sacramenti come a cose che accadono un certo giorno della nostra vita. E’ vero: come l’invito a nozze di questo vangelo, l’invito arriva un certo giorno della vita e siamo liberi di accettarlo o meno. Così diciamo che: “siamo stati battezzati o cresimati” quel giorno di tanti anni fa o “ci siamo sposati” quel giorno di tanto tempo addietro, come se il sacramento accadesse soltanto quel giorno e si giocasse tutto lì. Eppure sappiamo che non è così, perché quel sacramento si sciupa e muore se ogni anno, ogni mese, ogni settimana, non ne recuperiamo il motivo . A volte noi stessi non possiamo ricominciare, ma dobbiamo solo chiedere al Signore che accada. Però, senza questo continuo ricominciamento, il tempo logora i vestiti, e la grazia abbandonata a sé stessa si perde e si scolora. Così la fede del battesimo, l’amore del matrimonio, la speranza nella malattia… Ho questa impressione: non è certo il Signore a punirci, ma siamo noi stessi che senza accorgercene ci troviamo già fuori da quella festa di nozze, un po’ tristi e cinici sulla vita. Purché non perdiamo il coraggio e la voglia, sappiamo che lui sempre ci invita a tornare a essere liberi.

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