V domenica dopo pentecoste

Link alle letture.

Le letture di oggi parlano anzitutto di una promessa. La promessa fatta ad Abramo di una terra e di una discendenza che diventa così sicura e distintiva da segnargli la carne, da diventare “alleanza”. Cosa è l’alleanza? Il sapere con certezza che Dio non ti abbandona, il credere in questa promessa di bene. Così il Vangelo parla della stessa promessa come della luce che deve guidare gli uomini.

Cos’è innamorarsi se non cogliere una promessa di bene per me nel tempo che si passa con lei o con lui? Cos’è la felicità degli anziani quando li visitiamo se non che essi colgono che non saranno abbandonati, nonostante noi non possiamo né guarirli né curarli? Cos’è quell’energia che nasce nel guardare i figli piccoli se non quella promessa che qualcosa di bello attende loro e noi? Non parlo soltanto delle relazioni, perché anche lo sguardo della luna di ieri, in congiunzione con Marte, può non dire nulla oppure essere il segno di qualcosa che accade proprio per noi, come il segno di un bene più grande.
San Paolo dice che la fede viene accreditata come giustizia indipendentemente dalle opere. Per me significa che se ci limitiamo a fare delle cose, se non abbiamo fede, se non cogliamo la promessa nei segni della vita, possiamo fare qualsiasi opera enorme ma durerà solo il tempo di una stagione e quando finirà ci lascia solamente rimpianti e nostalgia. Non sono le cose che facciamo o le circostanze nelle quali stiamo ciò che conta (le opere) ma se le guardiamo con fede o meno. Tante volte, alla prima delusione, quando quella promessa viene rotta, le persone rischiano di compromettere tutto… difficile cambiare questo sguardo.

La luce è questa promessa di bene della vita che sta scritta nel nostro cuore, ovvero che la vita non è “tragedia”. Dargli credito si chiama fede mentre rinnegarla si chiama sfiducia, a volte persino o depressione. Il vangelo però parla anche del mistero della nostra non fede, del mistero dell’incomprensione di Gesù, della fatica degli uomini a credere totalmente, a fidarsi totalmente del volto del Dio di Gesù. C’è l’intuizione di questa promessa, ma sempre c’è anche il dubbio e la nostra incredulità. Dice Isaia, guardiamo, ma non sappiamo vedere, come se sempre avessimo bisogno di essere salvati.

Pierpaolo Pasolini aveva colto questa drammaticità della vita, la drammatica della nostra cecità, della nostra impossibilità a capire e a capirci davvero. Pasolini aveva letto il vangelo di Matteo tutto di un fiato in un soggiorno ad Assisi e aveva concluso che non esiste un testo e delle parole più vere e profonde di quelle. Aveva così deciso di fare un film su Gesù e poco dopo si era reso conto che di quel vangelo non poteva cambiare una virgola, non si poteva scrivere un’altra scenografia perché proprio quelle parole era la più grande risposta al desiderio dell’uomo. Così, gira un film su Gesù usando esattamente la scenografia del Vangelo. Tuttavia, si prende una licenza poetica e decide di non seguire il testo in un punto: durante la morte di Gesù. Lì, mentre Gesù è in croce, mette 20 secondo i nero di camera, buio totale e una voce fuoricampo che recita il testo di Isaia che abbiamo letto citato nel vangelo (nella versione di Matteo che è simile): “ha reso ciechi i loro occhi / e duro il loro cuore, / perché non vedano con gli occhi / e non comprendano con il cuore / e non si convertano, e io li guarisca!”
Perché mentre muore Gesù proprio questa citazione, proprio il dramma dell’incomprensione, del fraintendimento, della non-fede? Diceva Pasolini: “la morte non è nel non poter più comunicare ma non non poter essere compresi”. Davvero c’è una morte ben prima di quella fisica che risiede nel guardare senza vedere e nel sentire senza ascoltare o, meglio, nel parlare senza essere capiti e nell’essere visti senza essere davvero guardati e riconosciuti. Dramma della cecità dell’uomo e del rifiuto di questa promessa.

In conclusione, c’è un altro racconto che vorrai citare a proposito di questo rapporto tra la non fede e la fede, tra la promessa e il rifiuto: il racconto di Pirandello “Ciaula”. Ciaula è un minatore delle zolfatare di Sicilia. Lavora duro nelle gallerie buie delle miniere. Tuttavia, egli non ha paura di quel buio che conosce dei cunicoli sotterranei. Il buio della nostra vita, fintanto che lo conosciamo e ci siamo abituati, non fa così paura. Ciaula ha paura del buio che non conosce, ovvero quello della notte che sta fuori dalla miniera, perché quando usciva subito si addormentava abbattuto dalla stanchezza  e perché solo una volta, scoppiata una mina, era scappato fuori di notte senza aspettarsi che anche “là fuori” ci fosse il nulla: un buio come l’assenza di ogni bene o ricompensa anche futura. Buio della notte come non senso della sua fatica, come unica cosa possibile. Questo lo spaventava. Ma un giorno Ciaula caricato più che mai dei pesi dello zolfo da portare fuori (metafora delle nostre vicende quotidiane) è costretto a uscire fuori di notte e lo prende lo spavento di cosa lo attenderà. Senza una promessa buona (una luce) l’uomo può agire solo sotto l’ansia della paura. Però, appena giunto fuori, vede un chiarore che non si aspettava affatto. Sapeva che nel cielo esisteva la luna, ma lo sapeva soltanto come una delle tante cose “che si sanno”. Ora lo sperimentava, ora quel chiarore aveva sconfitto l’idea che la notte fosse soltanto tenebra. Poteva finalmente camminare nella luce, aveva trovato quella promessa che tanto desiderava. Mi viene da pensare che un po’ così è ogni incontro con quella luce che racconta il Vangelo.

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