VI domenica dopo pentecoste

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La prima osservazione mi viene dall’immagine di Mosè nel deserto. Vede qualcosa che non capisce, che non riesce a spiegare del tutto: un roveto brucia senza consumarsi. Potrebbe passare oltre, potrebbe continuare a seguire il gregge, del resto quante sono le cose che non capiamo o che non ci spieghiamo nella vita. Quante cose non sappiamo, anzitutto di noi stessi! Però Mosè non è passato oltre, non ha dato qualche risposta superficiale, ma si è chiesto “perché?”,  “perché il roveto non si consuma?” e da questa domanda, dalla voglia di capire fino in fondo, si è detto “andiamo a vedere”. Quella domanda e quella decisione di andare a fondo di ciò che non si capisce gli ha cambiato la vita.

La vita ogni tanto spegne le domande, mentre sono le domande a metterci in cammino. La vita spegne le domande, sopratutto quelle (come davanti a un roveto) per le quali non sembra abbiamo risposte immediate. Ma senza domande resta solo il duro lavoro, ci sono solamente le pecore da pascolare e la schiavitù degli Egiziani. Non c’è però solo l’avvicinarsi al roveto, il cercare risposte, ma c’è anche il sostare. Dio dice a Mosè: non ti avvicinare oltre. A volte la vita spegne le domande perché non sostiamo allo soglia di questo oltre, vorremmo subito sapere, subito capire, subito afferrare… ma non è così. Non sempre riflettiamo sul fatto che Il rapporto con gli altri si edifica o si lacera in presenza o in assenza di questo: di questo rispetto che ti fa stare sulla soglia. Non siamo padroni degli altri ma solamente custodi.

La religione nasce su questa soglia, dove non possiedi tutte le risposte, ma dove continui a domandare a essere in cammino. Tuttavia, ricorda Gesù nel Vangelo, anche la religione può essere fardello pesante, affanno del cuore e non “carico leggero”. C’è una parola che per me descrive perfettamente la religione, è la parola farmaco. Il “farmaco” non è semplicemente la medicina. Anticamente, per i greci, il farmaco era al tempo una medicina e al tempo un veleno. “Farmaco” può essere medicina, “giogo leggero”, “luogo ristoratore”, “salvezza”… oppure può essere “veleno”, “peso alla vita”, “rimorso”, “senso di colpa”… Gesù dice che ci sono farisei che mettono pesi sulle persone che muovono nemmeno con un dito. Usano la religione come fardello, come veleno. Ancora oggi la religione può apparire così, come un veleno.

La grandezza di Gesù è nel ricordarci ogni domenica che Dio è amico. La risposta che Dio dà a Mosè sulla sua identità — Mosè chiede a Dio la sua identità e lui risposte “io sono colui che sono”– non è una riflessione sull’essere ma sull’esserci: io sono colui che c’è, colui che non ti lascia e non ti abbandona. L’identità di Dio è l’identità dell’amico. Quando chiedo ai ragazzi “chi è un amico vero?” tutti rispondo, colui che c’è, che non ti lascia. Quando scopriamo questo, quando scopriamo che la prima preoccupazione di Dio è la nostra vera felicità, “un ristoro per la vita” (e così continua a testimoniarci la Chiesa) è come trovare un farmaco alle nostre domande che non è un veleno, ma una vera medicina.

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