XII domenica dopo Pentecoste

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Quello che chiede Gesù è difficile, per noi oggi come per i dodici duemila anni fa. L’ultima parte del Vangelo lascia intuire che non tutti accoglieranno questi uomini. Me li immagino anche un po’ impauriti: per molto tempo sono stati ad ascoltare e a guardare il Maestro, ma ora tocca a loro. E Gesù gli chiede non poco: scacciare demoni, guarire malati, sanare lebbrosi… persino far risorgere i morti! Sinceramente non so se ci sono riusciti. In un altro racconto del Vangelo abbiamo il fallimento dei discepoli che non riescono a guarire una epilessia. Fare il bene, grande o piccolo che sia, non è cosa facile e non è solo un atto di buona volontà. Poi, non devono portare due tuniche, i soldi, il bastone per difendersi, i sandali per scappare… insomma, avevano moglie e figli a casa, e viene da chiedersi: cosa glielo fa fare?

Cosa glielo fa fare? Come mi chiedeva un ragazzo poco tempo fa: “cosa te lo fa fare di fare il prete?”. Non penso che questa domanda non si possa porre anche a questo Vangelo e i dodici saranno stati come noi. Dunque, cosa glielo faceva fare? Da una parte dobbiamo dire che il Signore li costringe e penso che loro da soli non si sarebbero buttati. Gesù stesso dice: ora basta stare lì solo a guardare e ad ascoltare, o diventate protagonisti di questa cosa oppure lasciamo stare.

E’ la stessa cosa che è successa a me. A un certo punto, o si diventa protagonisti della vita oppure non si può stare solo a guardare. Spetta a noi, altrimenti quello che si è ricevuto inizia a non valere più. Ecco l’altro aspetto: fintanto che uno sta a guardare, può ricevere un sacco di cose, ma non se ne renderà conto. E’ solo quando inizia a restituire ciò che aveva appreso che si rende conto della ricchezza e dell’importanza della propria storia.

Accade con i giovani oggi: fintanto che vengono a catechismo subiscono la cosa, quando iniziano ad essere educatori e gli chiedi di dire ai più piccoli quello che loro hanno capito, ecco che nasce qualcosa di diverso. Uguale gli adulti: quando tocca a te spiegare ai tuoi figli perché vieni a Messa, allora sei obbligato a capirlo diversamente. Vale per tutte le cose e forse per questo il Signore, che sa come è fatto l’uomo, manda un po’ allo sbaraglio i dodici. Fa parte della natura umana: non si ha del tutto ciò che si tiene soltanto passivamente, ma si ha del tutto ciò che si restituisce agli altri. Ricordo una signora di più di sessant’anni che diceva che si distraeva durante le prediche e io gli ho risposto: “provi lei a leggere il vangelo e a commentarlo”, ma mi aveva risposto: “non sono capace, ho bisogno di qualcuno che mi aiuti”. Però pensate: sono sessant’anni che va a messa tutte le domeniche (3240 messe) e ancora ci si aspetta che sia il prete a dire cose illuminanti perché da soli non si è capaci? Ma il Signore stesso non gli avrebbe detto: “provi lei?”. Ho impressione che troppe volte ci nascondiamo più volentieri, delegando al altri ciò che non può essere delegato.

Poi non c’è solo questo: se hai provato a vivere della provvidenza, se hai già sperimentato di non fare affidamento al portafoglio, alla bella casa… sai che è possibile e non solo è possibile, ma è molto meglio. C’era una storia alle spalle dei dodici che gli faceva dire: “non è una pazzia”. Anche se non sono medico (esistevano i medici) provo a guarire e a fare del bene lo stesso, perché è il “gratuitamente” che farà la differenza. E così provo a vivere della gratuità degli amici. Ho visto che è possibile e ora posso andare.

Certo, è un lavoro difficile. Chi ci ha provato lo sa. Forse anche per questo Gesù non appare preoccupato del risultato, ma al contrario, si premura di dire: non fatevene una colpa se non ci riuscite, se non vi capiscono non prendetevela troppo con voi stessi, ma “la vostra pace ritorni a voi”. Del resto, cammin facendo, si capisce che i miracoli (di qualsiasi natura) sarà sempre Lui a farli. Però l’avventura di averci provato, di aver provato noi a vivere solo della provvidenza del Signore e della trama della amicizie cristiane che ci assicura un tetto e un pranzo, può far dire in modo diverso a ciascuno dei discepoli come a noi: “il regno è qui”.

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