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Mi stupisce sempre che celebriamo questa festa nel mezzo dell’estate. Nel periodo delle vacanze, quando di solito si pensa al riposo, allo svago, a fare le parole crociate sulla spiaggia o alla grigliata con gli amici… proprio ora la Chiesa inviti a riflettere sulla morte. Un tema così impegnativo in un tempo così disimpegnato. Perché della morte si tratta in questa festa : Maria non subisce la “morte seconda”, come la chiamava S. Francesco, la distruzione del suo corpo mortale. Per lei si anticipa quella resurrezione dei corpi che è scritta nell’ultimo giorno. Sarà poi vero, viene da chiedersi?

In realtà anche noi, tra una salamella e un’altra, tra le parole crociate e il bagno, sappiamo bene –sotto sotto– che viviamo sotto lo peso di un problema, ovvero che le cose finiscono. A volte non vogliamo pensarci eppure ci sembra così. Non intendo solo nel nostro giorno finale (il giorno del nostro morire), intendo anzitutto lo scorrere del tempo che pare mangiarsi via tutto. Ci voltiamo indietro e vediamo anni che sono volati e diciamo “mi sembra ieri!” Talvolta pare rimanga un pugno di sabbia tra le mani: i figli diventati grandi, i viaggi ormai foto passate… A aumentarne il penso anche i social, come Facebook, nel farci cosa gradita, ogni tanto ci ricordano eventi passati e sopra la scritta, ad esempio “esattamente 6 anni fa”. “6 anni fa” e non ce ne siamo accorti. Cosa rimane? Questo è il  nostro scacco. Allora talvolta è meglio non pensarci, pesare alle cose positive, pensare al mare… eppure, sotto sotto, questo problema non ce lo togliamo.

La notizia di oggi è questa: la resurrezione di Gesù non riguarda solo Gesù, ma riguarderà anche ciascuno di noi a partire da Maria. Gesù è il primo ma non l’unico, Maria segue a ruota e poi ci saremo anche noi. Certo, qualcuno dirà: “bisogna crederci”. Suona bello, ma bisogna solo crederlo, non ci risolve davvero quel problema.

Non penso invece sia così, come si dice una bella frase solo un po’ consolatoria. Invece, tutto cambia per quegli uomini che l’hanno vissuta. Cosa dice Maria nella sua vita che noi non riusciamo davvero a dire? Non dice: “non morirò” o “tanto c’è la risurrezione, stai sereno”. Ma dice (il Magnificat): “non è opera mia!”. E’ questo il vero punto di questa notizia: imparare a dire “non è mio” senza che sia un atto di non responsabilità, ma solo il riconoscimento che veniamo come “secondi” alla cose. La vita, il mondo, le cose non sono opera mia, non ne sono il padrone. Abbiamo sentito nel magnificat: “Tu risollevi gli umili, abbassi i potenti dai troni…”. “Tu” e non “io”. Io vedo un “segno” di alterità nella vita. Un segno che mi costituisce, che mi rende vivo ogni giorno. In altre parole: non mi faccio da me. Posso accettare che la vita sia solo una “risposta seconda” e non controlli tutto, non sappia tutto, non possieda tutto e tanto meno gli altri o il “mio” tempo.

Ci rimane in mano solo un pungo di sabbia e l’angoscia connessa, se siamo i soli protagonisti della vita. Per fortuna, invece non siamo noi Dio e per questo possiamo morire sperando che Lui ci accolga e ci faccia ritrovare tutto quello che non volevamo davvero sparisse: gli affetti, i figli, le cose belle. Quello che risorgerà saranno sicuramente solo le cose che Gesù ci ha insegnato a desiderare e forse molte altre cose inutili spariranno (per fortuna). Però è così che quell’angoscia nascosta può trasformarsi in altro: speranza, riconoscimento, preghiera o persino in lode (come per S. Francesco). Purché le parole crociate o la disposizione della carbonella non sia tutto ciò che siamo capaci di pensare.

 

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