I domenica dopo il martirio del precursore

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La prima osservazione sul Vangelo è che siamo di fronte a un uomo che viene messo in ombra. Giovanni accetta di essere messo da parte, gli dicono: “Gesù battezza e tutti accorrono da lui invece che da te” e lui risponde: “lui deve crescere e io diminuire”. In altre parole, Giovanni è un uomo che non ha fatto del consenso il suo metro di giudizio della verità.

Mi sembra una considerazione molto attuale: capita di frequente che in un gruppo di amici o di colleghi non siamo d’accordo con il pensiero comune, oppure che alcuni slogan non ci convincano del tutto. Eppure, è difficile dire “io non la penso così” perché temiamo di rovinare il clima, di farci dei nemici, di passare per “paolotti”. E’ pericoloso fondare una verità sul consenso: oggi una cosa è vera se tutti la pensano così. La società attuale sembra estremamente preoccupata di ricevere consenso (non sarà un segno di fragilità?) e anche la Chiesa si giudica non a seconda della sua aderenza al Vangelo, ma a secondo della sua popolarità.

Neanche Gesù, come Giovanni, si preoccupa del suo consenso. Dopo la moltiplicazione dei pani, fa un discorso duro alla folla e “molti se ne andarono”, allora si rivolse a Pietro e gli disse: “vuoi andartene anche tu?”. Così poco preoccupato del consenso da essere disposto a perdere il suo migliore amico. Dobbiamo ricordarcelo ogni volta che ci manca il coraggio di esporci, ogni volta che sentiamo che alcuni discorsi sono lontani dal vangelo e tuttavia facciamo finta di nulla. In troppe circostanze oggi sembra che abbiamo più cura e preoccupazione per i nostri animali domestici che per gli uomini. Questo è scandaloso, e senza preoccuparci se perdiamo consenso, dobbiamo preoccuparci di seguire Gesù.

La seconda osservazione riguarda la divisione tra ciò che “viene dalla terra” e “ciò che viene dal cielo”. C’è una logica che resta terrena, che “parla seconda la terra” e c’è una logica che viene dall’alto, che ci è donata, che non ci procuriamo noi. E’ un salto qualitativo tante volte incolmabile (per questo è personale e non riguarda la politica o un sistema sociale). Anche la prima lettura parla di una logica terrena (i materialisti che guardano al vaso e non riconoscono il vasaio) e anche S. Paolo parla della differenza tra la tenda umana e la Gerusalemme che viene dall’alto. Cosa fa questo saldo tra queste due logiche (quella che vuole il consenso e quella che guarda a Gesù)?

La prima logica è quella che chiede: “cosa ci guadagno?”, è quella che “non vuole perderci qualcosa”. E’ normalissimo chiederselo, è umano, è “dalla terra”. Tuttavia, questa logica non a tutti basta per vivere. Perché alla fine della vita cosa ci resterà in mano? Nulla, tutto perdiamo. Tutto perdiamo nel tempo che ci sfugge, nelle cose date ai figli, negli acciacchi che avanzano. Cosa pretendiamo di trattenere? Eppure, abbiamo paura a perderci qualcosa. Quando la Germania dell’est si unì a quella dell’ovest non tutti erano d’accordo: c’erano dei debiti che una parte si doveva accollare, c’era tutta una economia da sopperire… qualcuno ci perdeva. Un muro, per quanto triste, facilita molto le cose… Attuale realtà da ricordare. La verità è che vivendo per qualcun’altro noi “ci perdiamo”!

Però la seconda logica, quella dal cielo, quella che ci è data per grazia, quella che soffia nel cuore dell’uomo, dice: non preoccuparti di cosa perdi, chiediti per cosa vivi? Per chi vivi? Per chi o per cosa stai spendendo i tuoi giorni? Diceva il medico Jerome Lejeune, scopritore della sindrome down: “Non può essere negato che il prezzo delle malattie genetiche sia alto, in termini di sofferenza per l’individuo e di oneri per la società. Senza menzionare quel che sopportano i genitori! Ma noi possiamo assegnare un valore a quel prezzo: è esattamente quello che una società deve pagare per rimanere pienamente umana”.

Forse così capiamo chi è davvero “uomo”. Chi viene dall’alto, il Signore Gesù che muore per noi, è al di sopra di tutti.

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