V domenica dopo il martirio

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La prima lettura ci ha fatto ascoltare la famosa preghiera dello “Shemà Israel”, “ascolta Israele”. E’ forse la preghiera più importante che gli ebrei recitano ogni giorno anche oggi. Tra tutte, è quella che più ha plasmato l’identità di questo popolo. Mi chiedo: cosa c’è di straordinario e unico questo testo? Cosa rende queste poche frasi così importanti? “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è unico. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con...”. 

Anzitutto abbiamo un imperativo (ascolta), un indicativo (è) e di nuovo un imperativo (amerai). C’è questa alternanza tra un imperativo e un indicativo. Come c’è una alternanza tra il singolare e il plurale, tra un “tu” e un “noi” (Israele). Vorrei fermarmi un attimo su queste due oscillazioni, tra imperativo e indicativo e tra singolare e plurale, perché mi sembra non siano casuali e perché tutti i testi sintetici importanti vanno guardarli con attenzione e spesso sono proprio i particolari a rivelare la loro bellezza.

Imperativo, indicativo, imperativo. Nel Dt ci sono sempre due esortazioni iniziali, ma sempre solo con questi due verbi: “ascolta” o “ricorda”. Tutti gli altri imperativo, per esempio quelli del decalogo, vengono dopo. Non si comincia mai con un “fai questo” o “non fare quest’altro”… Si comincia sempre con un “ascolta” o “ricorda”. Può sembrare banale, ma “ascoltare” non è così facile e non tanto perché siamo egoisti o cattivo. Per me, la difficoltà sta nel fatto che quando ascolti davvero non sai cosa ti aspetti, sei in un territorio “non noto”. Ricordo questo fatto: un ragazzo di scuola era stato bocciato e ho incontrato la madre con il figlio. Ho chiesto al ragazzo se era dispiaciuto e subito la madre ha iniziato un lunghissimo discorso sul figlio che non studiava… e ricordo che il figlio non aveva osato dire parola. Finito il colloquio ero dispiaciuto del fatto che la madre non avesse per nulla lasciato parlare il figlio e gli mandai un messaggio esprimendo questo mio dispiacere. La risposta del ragazzo è stata: “non si preoccupi don, sapevo benissimo quello che mia madre stava per dirle, avrei potuto anticipare io le sue parole”. E’ solo un esempio perché tra di noi spesso accade che pensiamo: “so benissimo quello che vuol dire lei o lui”, oppure, “so benissimo quello che pensa”. Quando si ascolta davvero invece io penso che non si sappia affatto quello che l’altro dirà, ma non solo perché lo si sente per la prima volta, no!, sopratutto perché si deve partire dal presupposto che “non lo si è capito” ancora. Ascoltare davvero è difficile perché non sai ancora quello che ti dirà né cosa significa o perché ti dirà quella cosa… Così infondo anche con Dio: ascolta… e uno dovrebbe tendere l’orecchio perché non ha ancora capito bene cosa sia questo “il Signore è uno”. Se invece dopo “l’ascolta” uno pensa: “ok… ho capito, lo so, sì, va bene…”. Siamo lontanissimi dal fare la cosa unica che fanno solo gli uomini: riconoscere l’altro per quello che davvero è, ovvero “altro da me”. L’ascolto parte da qui.

Ma è interessante un altro particolare: quello che ti è chiesto di ascoltare non è un secondo imperativo, un secondo comando (come dire: “ascolta: sparecchia per favore la tavola”); ma un indicativo, qualcosa che non devi fare tu né qualcosa che dipende da te. Devi ascoltare qualcosa che è soltanto parte della realtà. E’ importante capire che il secondo comando (amerai il Signore) deriva solo da questo indicativo. Prima c’è qualcosa che devo vedere nella mia vita, non qualcosa che devo fare. Anche perché comandare di amare è forse l’unica cosa davvero impossibile. Non si può “obbligare qualcuno a voler bene” e questo è già qualcosa che dovrebbe farci molto pensare. Puoi corteggiare, puoi suggerire, puoi invitare… ma non puoi “comandare” di amare. Dunque questo “amerai” è solo una conseguenza dell’indicativo: di quello che devi vedere e ascoltare. Tutto nasce dall’indicativo di Dio e se ti accorgi che tutto nasce da lì, dalla bellezza che ti sta di fronte, davvero “amerai…” nella libertà.

Al cuore di tutto dunque non c’è un imperativo ma un indicativo: “il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno”. Ricordate però che qui questo “il Signore” non è una parola alternativa per dire Dio, ma un nome proprio, il nome proprio impronunciabile di Dio. Dunque, questa frase significa: quell’esperienza che abbiamo fatto di Dio, quella presenza, quel Destino che ci ha tratto fuori dall’Egitto, che non ci ha abbandonati alla schiavitù, questo Destino che ci è amico e ci ha condotti nel nostro deserto… questi è Dio: non altro. Non la carriera, i figli, i soldi, gli amori, l’azienda, le passioni, il giro in bici alla domenica…. No, nulla di tutto questo vale Dio, nulla è all’altezza del desiderio umano. Quelli sono idoli, sono modo per “tirare avanti”… ma nulla di più! Allora, si comprende come è alto e come è difficile questa frase: “il Signore è il nostro Dio”. Non è affatto facile non farsi altri dei, ma rimanere nel desiderio dell’unico Dio. Non a caso, secondo Dostoevskij questa è la vere grande questione dell’umanità: non vivere di idoli.

La seconda oscillazione è tra plurale e singolare: “il Signore è il nostro Dio… Tu amerai”. C’è un plurale che si alterna a un singolare. Come se il soggetto da solo non fosse in grado di affrontare questa sfida, come se “da soli” non fosse possibile riconoscere l’unicità di Dio, come se fosse necessaria una comunità. E, al tempo stesso, come se la presenza di una comunità non sostituisse mai la libera scelta del soggetto. Vorrei far notare che la stessa cosa accade per i nostri amori mondani. Talvolta, si pensa che l’importante sia amare davvero lei o lui, che –in un fidanzamento o matrimonio– l’importante sia la scelta detta dai singoli (il famoso: “due cuori e una capanna”). Nella realtà non è così: il gruppo delle amicizie dentro il quale si è inseriti, non è soltanto un “contorno” a quella relazione, ma è davvero in grado di modificarla. Molte relazioni fanno fatica o meno a causa del gruppo nel quale sono inserite oppure dal quale si sono isolate. Insomma, nella vita di fede vale quello che vale nelle relazioni uomo-donna: non esiste solo la mia scelta di credere o di amare, ma esiste un contesto concreto dentro il quale questo amare diventa un certo modo di vivere tutte le proprie relazioni. Fuori da questo contesto, l’io solo e isolato finirà per fare sempre soltanto uno sforzo volontaristico che si costringe su qualche strada prescelta, più che il libero riconoscimento di una bellezza che attrae.

 

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