II domenica di Quaresima

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La pagina di Vangelo è famosa e molto nota. Cercherò di mettere in luce solo alcuni particolare. Il Vangelo di Giovanni è scritto su due piani: da una parte c’è il racconto semplice o la storia, dall’altra ci sono indizi e segni che, una volta interpretati, diventano la chiave per una seconda lettura. Ad esempio, le cinque mogli della samaritana possono fare riferimento ai cinque templi presenti nella zona, da notare che in ebraico “baʿal”, oltre al nome della divinità cananaica significa anche «marito, padrone o signore». Dietro a questo incontro si potrebbe leggere in filigrana la vicenda di Osea che prende in moglie una prostituta e poi ritorna alla fedeltà di Dio. Il capitolo 2 di Osea sarebbe da leggere per capire i riferimenti ai raccolti che biondeggiano “pronti per la mietitura”: Osea aveva cantato che con il ritorno del nord di Israele (la Samaria) al vero Dio, tutta la natura risponde con una nuova primavera.

Ci soffermiamo su tre particolari: il tempo, il luogo e l’acqua.
1) Il tempo. L’episodio si svolge a mezzogiorno (ora sesta). Nel primo piano di lettura indica la calura del mezzogiorno e può giustificare la sete e la stanchezza di Gesù. Tuttavia, in una seconda lettura, cogliamo che questa “ora sesta” non è casuale. Proprio all’ora sesta Pilato presenterà alla folla Gesù appena flagellato, con una corona di spine, dicendo: “Ecco l’uomo”, ovvero “ecco l’uomo che volete uccidere”. L’ora sesta sarà per Giovanni l’ora della rivelazione della vera identità di Gesù. E questo accade anche in questo racconto. C’è infatti una progressione dei termini. Si passa dal titolo di “giudeo” (come mai tu che sei giudeo) a quello di “più grande dei nostri padri” a quello di “profeta (“vedo che sei un profeta”), infine a Messia e “salvatore del mondo”.
E’ interessante però che questo accade a un’ora prestabilita, un’ora particolare. C’è un tempo nella storia e nella vita di ciascuno dove si svela o si intuisce l’identità vera di Cristo. “Era circa mezzogiorno” è qualcosa che possiamo dire anche noi ricordandoci del giorno in cui abbiamo intuito la vera identità di Cristo?

2) Il luogo. Siamo nei pressi di un pozzo. Nel primo piano di lettura, esso è il motivo della presenza della donna. Tuttavia, chiunque abbia una cultura biblica sa che il pozzo ha un suo significato preciso: al pozzo il servo di Abramo trova Rebecca per Isacco, Giacobbe incontra Rachele, Mosè incontra Zippora. Insomma, il pozzo è il luogo di incontro di un amore. Dietro a questo racconto, come nella pagina di Osea, si l’accendersi di una relazione amorosa, di un affetto profondo. Il pozzo è segno di questo amore che è insondabile e misterioso. La donna chiede infatti: come fai tu ad attingere a questo pozzo? Come puoi accedere al mistero dell’amore? Che il pozzo sia profondo e simbolo dell’inafferrabilità dell’amore è un fatto meraviglioso, è ciò che ci fa domandare cosa sia questo strano legame amoroso che da tanto tempo ci attrae e ci tiene vicini. Avviene che quanto più si scava, quanto più si penetra e quanto più i primordi dell’umano si rivelano insondabili. Talvolta, l’insondabile si diverte a farsi gioco della nostra passione indagatrice, le offre mete e punti di arrivo illusori, dietro cui, appena raggiunti, si aprono nuove vie, come succede a chi, camminando lungo le rive del mare, non trova mai termine al suo cammino, perché dietro ogni sabbiosa quinta di dune, a cui voleva giungere, altre ampie distese lo attraggono più avanti, verso altre dune.

3) L’acqua. Anche questa simbolica ha molte radici bibliche. Diceva Geremia, accusando il suo popolo che aveva perso le sorgenti di acqua viva e aveva scavato cisterne piene di crepe. Da una parte c’è l’acqua stagnante che finisce, dall’altra c’è l’acqua sorgiva che non ha fine. Da una parte l’acqua che disseta e dall’altra quella che continua a ridarti la stessa sete, rendendoti schiavo. Già Isaia aveva lamentato questo pane e cibo che non saziano davvero: “perché spendete i vostri soldi per ciò che non è pane e il vostro patrimonio per ciò che non sazia”. Possiamo riconoscerci un po’ tutti nella nostra sete infinita. Ci riempiamo la vita di cose, di impegni, di sogni, di occupazioni… eppure tutto questo non basta a renderla felice. Siamo continuamente insoddisfatti e sempre torniamo alle stesse occupazioni sperando possano bastare, ma non saziano mai. Qualcosa non funziona del tutto, qualcosa ci fa percorrere ancora la stessa strada facendoci creare altri impegni, altri scopi, altri sogni, altre cose da comprare…

Su questa insaziabilità della fame e della nostra sete, il racconto della Lupa di Verga è tra i più veri e spietati. Il racconto dice di questa donna: “al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia mai di nulla”. Metafora di qualcosa che appartiene a tutti perché tutti abitati da un desiderio che non è una semplice mancanza, non è un semplice bisogno di qualcosa.
Sappiamo che il consumismo stesso ha usato questa sete inestinguibile che abbiamo per fare denaro. Oggi non vedo molte alternative: o coltiviamo una spiritualità della vita (Dio è spirito e va adorato in Spirito e Verità) oppure non ci rimane che consumare cose o essere consumanti dalle cose e dagli impegni, come un vano tornare sempre faticosamente al pozzo.

Amos aveva detto che nel paese sarebbe esistita una fame che nessun pane sarebbe stato in grado di saziare. Oggi vedo molti ragazzi che se senza una spiritualità, sono vittime del consumismo. Il consumismo di cose, di relazioni, di sogni… eppure sempre infelici perché è un altro pane o un’altra acqua che è necessario procurarsi. Su questa nuova strada per la donna e per i samaritani si è rivelata l’identità di Gesù come salvatore.

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