III domenica dopo Pentecoste

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C’è un filo rosso che lega la venuta di Cristo alla vicenda di Adamo e anche S. Paolo ce lo ricorda nella seconda lettura. Dopo l’anno mille il cristianesimo ha vissuto un periodo non facile: il cristianesimo era diventata religione civile e di massa e rischiava di perdere quel percorso catechetico e di conversione personale. Ormai erano i bambini a essere battezzati e il messaggio cristiano rischiava di annacquarsi in una religione di società. Fu il periodo nel quale la Chiesa dovette inventare una nuova forma di catechesi, un nuovo modo per dire l’originalità del suo messaggio e lo fece inventando le catechesi artistiche (musicali, teatrali e artistiche) e ribadendo quel legame tra Adamo e Gesù.

E’ da questo periodo che vediamo sulle facciate delle nostre cattedrali romaniche o sui portali (Verona, Modena…) accostare sempre due racconti: da una parte la creazione, Adamo ed Eva con il loro peccato, dall’altra la venuta di Cristo. C’era anche un testo teatrale che si recitava sul sagrato delle chiese e si intitolava “il Gesù di Adamo”. Perché questa insistenza su questo legame tra Gesù e Adamo? Credo perché non si può parlare di una salvezza senza percepirne la nostra profonda necessità. Non si capisce la luce se non si conoscono le tenebre, non c’è redenzione senza domanda di aiuto.

In questo senso il racconto di Adamo è singolare. Purtroppo, una pessima catechesi l’ha riprodotto così: noi veniamo puniti (da Dio) per qualcosa che neanche abbiamo commesso (da Adamo, ben oltre una nostra scelta). Non c’è modo più sbagliato e stupido per leggere questa pagina. Qui non c’è un racconto storico, ma un racconto universale: ciò che vive Adamo è ciò che vivo io. Io non vivo la conseguenza di un atto commesso da Adamo, invece Adamo sono proprio io. Per questo nel medioevo si parlava anacronisticamente di un “Gesù di Adamo”, un Gesù di ciascuno di noi che si riconosce in Adamo, il cui nome significa proprio “uomo/umanità”.

Dov’è l’origine della nostra necessità di una salvezza? Dov’è l’origine del peccato di Adamo? Prima ancora che la trasgressione di un comando, la trasformazione del suo sguardo. Ciò che prima era solo visto come benedizione, nasce ora il sospetto che sia una “mancanza”. Ciò che prima era vissuto nella relazione, ora diventa paura e nascondimento. I nostri limiti, il nostro essere mortale, il fatto che abbiamo bisogno degli altri per essere felici (dei figli, di una moglie), il segno del nostro limite che ci fa vivere bisognosi di relazioni, si inquina dal sospetto che sia per noi una mancanza, che meglio sarebbe essere autosufficienti o autonomi. Come se ciò che non è nostro sia qualcosa che ci è stato sottratto. Il sospetto che la nostra natura di mendicanti, di persone sempre bisognose perché sempre in relazione… sia solo una maledizione di Dio.

Notate: prima ancora di lasciarsi, prima ancora di litigare, sorge sempre il sospetto che “da soli” staremmo meglio, che autonomi vivremmo più felici. Il sospetto che siamo come stati condannati. Il sospetto che ci fa vergognare di essere solo quello che siamo (cercando le nostre foglie di fico) e che ci fa desiderare di poter essere da soli ben altro.

Oggi l’uomo fa a meno di Dio in tutto: nel lavoro, nella vita affettiva, nel suo rapporto con il creato. Non ci serve Dio perché sembra che vogliamo cavarcela da soli. Ed è singolare quanti pasticci facciamo e più cerchiamo di farcela da soli (senza un rispetto, senza accettazione di un limite) quanto più a mio avviso facciamo disastri. Singolare oggi il fatto che, abbattuto ogni limite di possesso sul creato, la natura pare ribellarsi. Pare che la preoccupazione più grande per gli scienziati oggi (climatica o geopolitica) sia che questo uomo –ormai quasi come Dio con la sua tecnologia– proprio per questo si autodistrugga. Ma anche per la vita affettiva: abbattuto ogni sacrificio per l’altro –perché nella relazione sono io anzitutto che devo stare bene– allora gli affetti alla lunga non tengono e ci autocondanniamo.

Forse un Dio che è messo in croce e apre le braccia davanti a noi dovrebbe dirci molto. Cosa abbiamo da nascondere o da temere davanti a uno che per te è impotente e muore. Cosa avrebbe tenuto per sé questo Dio? Non dovrebbe insegnarci a non nasconderci, a non avere paura della nostra debolezza e del nostro limite; e dire per fortuna io “non sono Dio”, per fortuna sono soltanto Adamo o Eva.

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