II Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni

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Vorrei iniziare commentando la prima lettura. Un canto poetico antichissimo, siamo nel VIII sec. a. C., ma che ha ancora molto da dire oggi. Anzitutto si tratta di un canto amoroso, Isaia inizia dicendo: “canterò per il mio amato un canto d’amore”. È un canto che parla dell’amore usando un’immagine precisa, forse a noi lontana, ma non priva di suggestioni: l’agricoltore che coltiva una vigna e che “dissoda il terreno”, “gli toglie i sassi”, “costruisce una cinta e una torre di protezione…”.
È interessante che Isaia usi proprio questa immagine per dire l’amore e non ne usi altre, magari per noi più romantiche. Noi associamo molto di più l’amore a un sentimento spontaneo piuttosto che a un lavoro, tanto più se faticosa come quello agricolo. Una mamma, sposata da più di quindici anni, e in crisi con il marito, alla domanda perché fosse in crisi mi risponde: “non provo più nulla per lui, non sento più nulla…”. È una risposta che mi fa pensare; non voglio sminuire l’importanza del sentimento, tuttavia mi verrebbe da dire: “e tutto quello che si è fatto e si fa per l’altro?”. Talvolta, in una relazione non si parte subito da sentimenti forti, ma pure si fa molto assieme e l’uno per l’altro e così ci si accorge che quell’amore esisteva davvero.

Questa è la prima idea, poco romantica, ma assai utile nella vita: l’amore come il lavoro di un agricolture per la sua vigna. La stessa immagine è ripresa dal Vangelo e anche Gesù sembra riprendere un concetto simile. Ci sono persone che non sono “cattive”, ma semplicemente risultano immobili alla vita e agli altri. A parole “dicono dicono…” ma non muovono un dito per cambiare, per fare qualcosa. Anche qui, l’accento più su ciò che si pensa o sull’esteriorità (il primo fratello che sbotta dice: “non ho voglia”) cade sul fare finale, su quello che alla fine mette in moto un agire e cambia il cuore. E questo richiama molte altre parabole e detti di Gesù, ne ricordo uno: c’era un uomo in mezzo alla strada mezzo morto e passa un uomo religiosissimo (un levita) ma non muove un dito (lui forse pensa che non gli compete e fa “solo il suo”), passa un altro uomo religiosissimo (un sacerdote) e non muove un dito; alla fine passa uno che tutti considerano eretico (un Samaritano) ma questo fa. Fa qualcosa: si ferma, lo porta alla locanda, lo cura… C’è un fare che è davvero determinante. Dico sempre ai ragazzi: lo scandalo non è che “c’è il male”, ma che l’uomo fa il male. Come dire: quello che abbiamo dentro tante volte è pieno di dubbi, di incertezze, ma quello che alla fine decidiamo di fare è la dimostrazione di ciò che noi crediamo davvero. In altri termini: è solo nell’agire che il conflitto tra interiorità ed esteriorità, tra dubbi e certezze, alla fine viene sanato. L’interiorità è un mare pieno di onde e spesso in agitazione, ma quello che uno decide di fare è ciò che determina la nostra persona. Per questo non dobbiamo lasciarci trascinare dal “si è sempre fatto così” o dall’abitudine di ciò che da sempre facciamo. Perché sono essere che fanno il nostro credo.

Una seconda osservazione: spesso le crisi (sia spirituali, sia affettive) vengono dal fatto che ci dimentichiamo che altri hanno fatto per noi. È come se a un certo punto ci fossi solo io, come se questo modo l’avessi fatto io, come se il mio lavoro, la mia casa, i miei figli… fossero un diritto mio, fossero il frutto delle mie braccia. Quale falsità peggiore! Non vedere che altri prima hanno fatto per me (come dice Isaia) è l’inizio delle nostre crisi. Ho portato dei ragazzi in montagna sul passo Moro, sopra Macugnaga, e c’era una vista incredibile dei ghiacciai, della valle e del Monte Rosa. Qualcuno dei ragazzi non era credente e chiedevo: “non è incredibile che tutto ciò sia bellissimo, che tutta questa bellezza del mondo, che non ho fatto io, sia qui per me?” e qualcuno dei non credenti diceva: “ma è solo il caso che ha fatto ciò”. Certo, si può credere sia solo il caso, ma inizierà a mancare un fatto: “che questa bellezza sia fatta per me, che sia una bellezza vera, che mi dica qualcosa, che mi suggerisca di restituire qualcosa…”. Penso che questa sia la perdita più grossa: non accorgermi che sono venuto al mondo senza volerlo e senza averlo farlo io, eppure esso è qui proprio per me, perché io ne abbia coscienza come segno di cura amore per me. La mia vita poteva essere anche un inferno e questo mondo poteva anche essere brutto o nauseante, invece è incredibilmente bello.

Quanto ti dimentichi che qualcuno ha fatto qualcosa (o moltissimo) per te, allora si perde l’amore, si perde la voglia di andare nella vigna e si possono assumere anche mille maschere e dire mille bugie anche a sé stessi, ma alla fine si sa che non si sta facendo nulla. E c’è infine uno strano paradosso nella pagina di Isaia: Dio cura la sua vigna e si aspetta qualcosa. Ma cosa si aspetta? Noi dall’amore che diamo agli altri ci aspettiamo di essere ricambiati, ci aspettiamo che il figlio tanto amato si ricordi di chiamarci ogni tanto, ci aspettiamo che il mio fidanzato faccia delle cose per me… Dio invece non si aspetta questo. Dice il testo (con sette parole ebraiche molto poetiche): “mi aspettavo diritto ed ecco delitto, mi aspettavo giustizia ed ecco ingiustizia“. Come dire: voler bene non è aspettarsi che questo bene ci ricambi, ma che produca qualcosa, che crei un frutto. La mamma non si deve aspettare che il figlio ricambi il suo bene, ma che lo diffonda ad altri, che lo trasmetta nella suo modo di vivere con chi domani incontrerà. Solo così amare non è un atto di ricatto o una partita di dare/avere, ma davvero un gesto gratuito e incondizionato. Che Dio stesso non chieda per sé nulla in cambio, non chieda di fargli sacrifici, ma solo la giustizia tra gli uomini, solo questo è una novità assoluta nella storia di tutte le religioni.

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