Penultima domenica dopo l’Epifania

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È molto difficile commentare questo Vangelo. Si ha l’impressione che non si possa aggiungere nulla alla perfezione delle immagini del racconto. Chi studia i Vangeli da un punto di vista storico sa che questa pagina non è stata scritta da Giovanni; non compare nei manoscritti più antichi e da quando viene inserita si trova posta in diverse momenti del quarto Vangelo. Nonostante questo, nessuna confessione cristiana ha mai pensato di togliere il racconto perché non originale. Da subito ci si è accorti che il nucleo di questa pagina non poteva non essere ispirato perché trascrive qualcosa che è al cuore dell’insegnamento di Gesù. La sua bellezza ed efficacia l’hanno salvata da una possibile epurazione. Dunque è difficile aggiungere un commento.

Più che commentare provo ad attualizzare. Siamo soliti pensare agli scribi e ai farisei con in mano le pietre per lapidare l’adultera, come a persone cattive e spietate. Non credo sia così: credo che essi rappresentino semplicemente il normale modo di vivere, basato su una giustizia retributiva e su una competizione tra uomini. Sbagli e quindi paghi, non c’è nulla di scandaloso in questo. Del resto, se sostituiamo alle pietre altre cose, capiamo che è il modo normale di vivere. Qualche anno fa portando in montagna degli adolescenti, una ragazza aveva fatto una cosa sbagliata. Ricordo il commento immediato delle coetanee e dei maschi: “ecco, quella è una…”. Parole come pietre.
Allo stesso modo il mondo del lavoro: non sappiamo perché ma sembra siano finiti i diritti più elementari e oggi è tutta una corsa alla competizione. Devi fare meglio degli altri e prima degli altri, non c’è nulla di male a lapidare chi non ce la fa.

Un’altro aspetto molto attuale è la situazione di “vergogna” che si crea. Non è tanto lo sbaglio che si teme ma il fatto che lo sbaglio venga visto dagli altri, che il mio fallimento sia sotto gli occhi di tutti. Oggi è molto difficile sopportare di essere visti nei propri difetti, perché è come se si fosse stati messi al centro attorno a persone pronte a lapidarci, è come aver trasgredito il credo di fondo del capitalismo di oggi: “devi avere successo! devi farcela!” È una esperienza che paralizza molti ragazzi: il rischio dell’insuccesso reso pubblico, il rischio di sfigurare davanti a tutti è tra le cose oggi meno sopportabili. Come per questa donna messa nel centro ed è interessante che Gesù, davanti a questa umiliazioni, si chini per terra e abbassi lo sguardo per scrivere, come a non volere confondere il suo sguardo con quello dei farisei.

Non possono non venirci in mente i fatti di cronaca di questi giorni di due ragazzi che a diciott’anni si sono tolti la vita. Lo sento come un fallimento, di tutti noi come società, di chi è più coinvolto nell’educazione dei ragazzi. Chiediamoci tutti per una volta cosa stiamo insegnando ai nostri figli? Se non abbiamo insegnato a non avere paura degli errori, se non gli abbiamo insegnato che la vita merita sempre in qualsiasi situazione di essere vissuta (e non solo a certe condizioni), se non insegniamo la bellezza e il senso del vivere e se non ci facciamo ascoltatori dei loro pensieri… cosa gli stiamo insegnando? È una domanda che non posso non farmi. Usciranno anche ottimi ingegneri dalle nostre scuole, con ottimi voti, ma saranno persone contente e vere? La vita non è una gara, non c’è nessuno che arriva primo o ultimo e dobbiamo ricordarci che per tutti ci deve essere un posto.

Eppure, questa è una parola sconvolgente. La normalità è fare come questi farisei. Però una vita senza l’esperienza della misericordia, senza un amico al quale puoi dire (senza sentirti giudicato) a diciott’anni come a quaranta: “ho fallito, ho sbagliato, non ce la faccio più così…” sembra che senza misericordia vera la vita non valga la pena di essere vissuta.

Un’ultima osservazione: come fa Gesù a far cambiare idea ai farisei, come fa a fargli lasciare giù le pietre ed ad andarsene? Credo mostrando un grande verità che prima o poi emerge sempre: che chi non è capace di perdono verso altri non sarà capace di perdonare sé stesso; che il dito che punti verso qualcuno sarà sempre un dito puntato anche verso di te (“con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi in cambio”); che la prima vittima di chi condanna è lo stesso accusatore. Anche questa è una grande verità che va meditata: gli adulti che vivono la vita come una gara, che si misurano solo nel rendimento o nel successo, sono i primi ad essere frustrati della loro esistenza, sono i primi a non saper accettare e guardare lo loro stessa natura di uomini mendicanti e peccatori. Come ciascuno di noi sa di essere.

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