Ultima Domenica dopo l’Epifania

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La pagina di Vangelo di oggi è molto famosa. Vorrei commentarla attraverso tre diversi artisti che l’hanno raffigurata, ciascuno sottolineando qualche aspetto che particolarmente lo colpiva.

Il primo artista è un anonimo disegnatore di vetrate di Chartres. La cattedrale francese conserva antichissime vetrate e in una di queste viene raccontata la parabola del figliol prodigo. Dentro dei grandi fuori con petali, l’artista si ricava lo spazio per narrare la sequenza dell’abbandono del padre, degli averi sperperati e del ritorno con un grande banchetto. Cosa colpisce l’artista medievale? Due cose: anzitutto che dentro il perdersi di questo ragazzo ci possiamo immedesimare tutti. I vizi che gli fanno sperperare gli averi (le prostitute, il gioco d’azzardo raffigurato con una antica scacchiera, i padroni severi del lavoro) erano le cose ve vedevano accadere i contemporanei. Tutta la preoccupazione è capire che questo “perdersi” è qualcosa che accade sempre anche a noi. C’è poi una seconda particolarità, oltre all’immedesimazione, che colpisce nelle vetrate di Chartres: quando alla fine il figlio torna dal padre e il padre lo riveste di un vestito nuovo, l’artista vetraio cambia il volto di questo ragazzo che assume la faccia di Cristo. Come dire: è Gesù quell’uomo che noi stessi diventiamo se ci riappacifichiamo con Dio. Solo Gesù è colui che è totalmente nella volontà di Dio, è il Figlio autentico.

Un secondo artista legge invece questo episodio in stretta vicinanza alle sue vicende personali creando uno dei suoi grandi capolavori. Si tratta del celeberrimo ritorno del figliol prodigo di Rembrandt. L’artista olandese, alla fine della sua vita, dopo la morte per peste dell’unico figlio sopravvissuto, rappresenta questo abbraccio tra il padre anziano e sofferente e il figlio (vestito come un appestato). Un quadro sul quale si sono scritti fiumi di inchiostro ma del quale non può non colpire la vicinanza di questo figlio con il figlio perso per epidemia e la sofferenza di questo padre, come la stessa sofferenza di Rembrandt. C’è inoltre un particolare che ha colpito molti interpreti: gli occhi del padre sono come gli occhi di un cieco, occhi consumati dalle lacrime nell’attesa del ritorno del figlio, immaginiamo l’attesa stessa per l’artista di riabbracciare il figlio o di farsi riabbracciare lui stesso.

Un ultimo suggerimento lo traggo da un artista più moderno che ha fatto la storia della pittura italiana, Giorgio De Chirico. Verso la fine della prima guerra mondiale nasce l’idea di dipingere l’uomo come un manichino. L’uomo non è sentimento, carne, ossa, ma un insieme di squadre, compassi righelli… Questa idea dell’uomo-manichino è strettamente collegata alla visione nietzschiana dell’artista e dell’umanità. Potremmo dire semplificando: è come quei ragazzi che non credono che l’uomo abbia un’anima ma che sia solo in insieme di organi, come un computer fatto di circuiti. Tuttavia, dopo questo periodo De Chirico si accorge di non poter andare avanti, perché quando hai disintegrato l’uomo a semplice manichino non ti resta più nulla da fare, ma tutto perde infondo di valore, arte compresa. Dunque alla fine di questo periodo dipinge un quadro, un quadro di riconciliazione con il passato, con la visione classica dell’arte e della vita: un figliol prodigo manichino che abbraccia un padre che è una statua vera, una classica statua di gesso. Ma c’è un particolare: al contrario dell’opera di Rembrandt dove vediamo il volto del Padre e non quello del figlio, ora vediamo solo il volto del figlio manichino e non il volto del Padre. Per De Chierico, il Dio con il quale riconciliarsi resta con il volto coperto.

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