IV domenica di Quaresima

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Il racconto è narrato con grande cura. Ci sono tre momenti ben distinti nel racconto e, come in un quadro, due fanno da cornice (all’inizio e alla fine) e uno occupa tutta la parte centrale. Interessante che nella parte centrale non c’è Gesù, mentre il protagonista è il cieco stesso e i giudei (compresi i genitori). Soltanto l’uomo guarito e la società del tempo. Invece, nelle due parti che incorniciano c’è Gesù che per due volte incontra il cieco: all’inizio per un miracolo provocato non da una domanda di guarigione del cieco (come in molti altri episodi) ma da una domanda dei discepoli che riguarda in generale mattia e le malattie presenti “fin dalla nascita”.

Nel secondo incontro invece è Gesù ad andare a cercare il cieco guarito che forse tra l’altro non lo riconosce neanche subito (del resto la prima volta non poteva vederlo), ma appena ha capito che è, si prostra e arriva alla sua professione di fede.

Già la costruzione del racconto ha un suo ordine credo molto significativo.
C’è un evento che origina un bene inaspettato in un contesto di male… dentro la cecità, una vita sulla strada a chiedere l’elemosina… c’è un gesto di guarigione, di cura (la vicinanza di Dio)… che cambia quel male in bene, fa di quel male un’occasione di bene.
Ciascuno penso potrebbe raccontare così: c’è un contesto di male oggi, eppure talvolta (talvolta, non sempre, ma come un segno, un segnale), quel male (che resta male) è tuttavia occasione di bene, di cambiamento, di affetto che emerge, di cura… Ecco Dio!

Poi però c’è un lungo periodo (talvolta anni per me) dove non si sa il perché e il senso delle cose accadute, solo si sa cosa è accaduto quel bene e che è stato davvero miracoloso… in questo lungo periodo c’è uno scontro perché qualcuno vuole farcelo dimenticare quel bene, vuole che non ce li ricordiamo o che lo neghiamo…. A tutti i costi: per farci dire, a tutti i costi: la vita è tutta causa-effetto; peccato-punizione; Dio (se c’è) lo releghiamo nelle Chiese, lì al chiuso…
E in questo lungo periodo noi possiamo difenderlo, raccontarlo, non farci ingannare a mostrare l’evidenza di ciò che abbiamo visto e vissuto e allora il mondo ci isola (sarete voi cattolici…), oppure possiamo adattarci al mondo che non accetta miracoli, non accetta la presenza di Dio che cambia il male in occasione di bene, non accetta un Dio nella storia (tanto meno che interviene in modo così creativo come in questo racconto)… e allora tutto filerà via liscio, ma dobbiamo fare finta di nulla, far finta di non vedere…

Poi alla fine, e qui non so quando questo accade, forse se riusciamo a dare un volto (che non avevamo visto come il cieco) o un nome e una voce a quel bene che abbiamo intravisto nelle tenebre (perché l’abbiamo intravisto e non possiamo fare finta di nulla)… allora se lui ci chiederà “Credi?” noi forse faremo la nostra professione di fede e sarà una cosa davvero autentica e non come una cosa imparata a memoria… sarà come un pianto perché sia ha davanti Dio…

Tutto questo accade allora e accade oggi a noi che siamo in queste tenebre, ma non solo le tenebre della malattia (che c’è, ci spaventa, ci chiede, ma c’era e ci sarà) ma anche le tenebre di chi non vuole farci vedere quante cose stanno accadendo, quanti miracoli accadono per davvero. Non miracoli perché le cose vanno improvvisamente tutte bene, al contrario, ma perché ci sono opere di Dio e ci sono tanti spiragli la luce in queste tenebre.

Certo quella domanda iniziale, quella dei discepoli, ce la facciamo anche ora tante volte: “perché Signore? Perché accade Signore?” … se la fanno i discepoli e non ce la facciamo anche ora noi tante volte?
E come sempre Gesù alle nostre domande, soprattutto a domande come queste, non risponde mai direttamente, o meglio “risponde e non risponde” perché rispondere direttamente è in qualche modo accettare i presupposti della domanda. E il presupposto di questa domanda: “perché è nato cieco?” oppure “perché c’è il virus?” è l’accettare o il voler spiegare come questo male gratuito e innocente possa essere “volontà da Dio”.
Ed è da questo presupposto (“che non cada foglia che Dio non voglia”) che nasce la domanda dei discepoli che quindi deve giustifica in qualche modo (avrà peccato, sarà colpa di questo o di quello…??).

E Gesù non risponde ma sposta l’attenzione su ciò che invece è in nostro potere e nel potere suo e di chi ama: fino a che puoi, fino a che ti è data la possibilità, fino “a che è giorno…” fai quello che puoi per “manifestare le opere di Dio”, cioè fai risplendere dento questa cosa buia di questi giorni quel poco di amore che sei capace.
E se non sei capace di fare miracoli, e se non sei un medico… fai quello che puoi tu o guarda quello che fanno i santi: stai in silenzio (stai a casa), prega, operati perché rendere più presente il Regno. Perché il Regno è solo questo, perché la potenza di chi ama è una sola e non è ambigua, ma chiarissima: è solo la luce, sottile ma evidente, dentro al nostro buio.

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